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L’AGRICOLTURA ITALIANA NEL CONTESTO DELLA PAC

Documento per il Congresso

Alla fine degli anni “50 il comparto agricolo rappresentava oltre il 20% del prodotto nazionale ed assorbiva il 43% dell’occupazione totale. Oggi gli addetti all’agricoltura rappresentano circa il 6% degli occupati, con notevoli differenze tra le varie realtà regionali: si passa, infatti, dal 2,4% in Lombardia al 13,6% in Basilicata, e fornisce il 2,6%del PIL, il 2,8% nelle regioni del centro-nord, mentre nel sud e nelle isole il PIL raggiunge il 6,4%; vi sono tuttavia situazioni provinciali o di aree territoriali anche molto estese dove il peso dell’agricoltura sia per quanto riguarda l’occupazione che la formazione del PIL, ha indici molto più elevati delle medie sopra riportate.
In questo arco di tempo la produzione agricola italiana è aumentata di quasi tre volte. Ogni addetto all’agricoltura produce oggi beni corrispondenti, in valore, al consumo alimentare di 17 italiani: erano soltanto 5 nel 1951; in mezzo secolo la capacità di produrre per ogni agricoltore è aumentata in termini reali di 6 volte, mentre contestualmente è più che raddoppiata la spesa pro-capite per l’alimentazione. Tutto questo processo di aumento vertiginoso di alcune produzioni è avvenuto all’interno di una tendenza di forte contrazione degli addetti e, dato altrettanto significativo, nel contesto di un constante ridimensionamento della superficie agricola utilizzata, come evidenzia il dato clamoroso della produzione di grano che ha raggiunto medie ad ettaro elevatissime su una SAU che è diminuita di oltre il 50% rispetto a quattro decenni fa. L’agricoltura italiana è oggi un comparto molto complesso e che ha raggiunto livelli di specializzazione e capacità produttiva che la collocano tra le più avanzate del mondo e al primo posto in Europa per l’incidenza del valore aggiunto. L’insieme delle regioni del Mezzogiorno realizzano il 40% del valore aggiunto nazionale, il 70% della produzione di grano duro, il 60% degli ortaggi, il 65% di albicocche e ciliegie, il 72% del latte ovi-caprino, il 20% della carne e latte bovino, l’85% della produzione olivicola, il 56% di quella vitivinicola, il 37% del florovivaismo. Il comparto agro-alimentare a sua volta, con un valore aggiunto che supera i 50.000 miliardi delle vecchie lire, rappresenta l’8% del totale industriale, circa il 3% del PIL ed è la terza attività industriale in Italia dopo il settore meccanico e il tessile.

Molti altri dati vanno considerati per poter definire bene il carattere che assume oggi nel nostro Paese la questione agro-alimentare.Il tipo di sviluppo e di crescita che ha caratterizzato in questi anni l’agricoltura è stato molto difforme a livello territoriale. Ai vecchi squilibri tra nord e sud si sono aggiunti negli anni quelli derivati dalla concentrazione delle produzioni agricole nelle aree di pianura e vocate all’irrigazione. E cosi moltissime aree interne della collina e della montagna solo state abbandonate e marginalizzate: l’abbandono delle pratiche agricole e zootecniche ha provocato non soltanto una perdita di produzioni tipiche di altissimo pregio, ma anche un grave dissesto territoriale e un più generale arretramento economico sociale. Oggi la produttività media nelle zone di pianura è mediamente oltre quattro volte superiore a quella delle are montane; ne consegue che il 50% di tutta la produzione agricola si concentra in queste aree che rappresentano nel loro insieme il 30% dell’intera superficie agricola nazionale.

La forte concentrazione delle produzioni agricole, ha provocato enormi squilibri territoriali ma anche, al tempo stesso, elevati livelli di specializzazione produttiva. Non sono pochi i casi in cui il valore nazionale di un singolo prodotto si concentra in una singola area o in poche province; ciò ha permesso lo sviluppo di elevati processi di specializzazione agricola, la nascita di una vasta articolazione di aziende di trasformazione, la diffusione di talune produzioni di elevato valore sui mercati nazionali ed internazionali.

2) Altri elementi significativi emergono anche in rapporto al quadro produttivo agricolo della Comunità Economica Europea.               

L’Italia utilizza l’11% della superficie agricola dell’UE, collocandosi al quinto posto dopo la Spagna ( 22,4%), la Francia(22,3%), la Germania ( 12,8% ), Il Regno Unito ( 12% ). In termini di valore aggiunto però – come abbiamo detto – l’Italia con il 22% del totale comunitario è prima davanti alla Francia, alla Spagna, alla Germania e a tutti gli altri paesi. Questo dato relativo all’incidenza del valore aggiunto deriva dal peso che hanno nel nostro Paese le produzioni ad elevata resa quali ad esempio gli ortofrutticoli che creano un valore aggiunto su un ettaro di SAU pari al doppio della media europea. La nostra agricoltura è al primo posto nella produzione di ortaggi, con il 25% della produzione UE, di frutta fresca con il 23%; è subito dietro la Francia per la produzione di vino con il 25%, produce una quantità di olio pari a quello della Spagna. Nel settore zootecnico la forte penalizzazione attuata nei confronti del nostro Paese con le quote latte ha falcidiato la potenzialità produttiva ed una delle cause essenziali della crisi e dello spopolamento delle aree interne dell’alta collina ed in particolare della montagna; ciò nonostante la produzione zootecnica italiana è pari all’11% del totale UE

Approfondendo l’analisi sui meccanismi che hanno permesso di raggiungere all’agricoltura italiana questi livelli di produttività e di specializzazione, emergono alcuni motivi che sarà necessario approfondire ulteriormente.

Un primo aspetto riguarda le modifiche che si sono avute nella struttura della azienda agricola divenuta sempre più simile a quelle piccole e medie imprese che sono una notevole parte dell’apparato produttivo del nostro Paese. Ma in particolare è stato l’inserimento in modo diffuso delle tecnologie più avanzate, della meccanizzazione e dell’informatica a cambiare radicalmente il rapporto tra l’azienda agricola e l’organizzazione del mercato, fino al punto che il comparto agricolo nel suo insieme è oggi un aspetto essenziale di quel sistema agro-alimentare-industriale che è venuto consolidandosi sia pure in mezzo a notevoli squilibri e contraddizioni che più avanti esamineremo.

Questo fenomeno ha selezionato fortemente le aziende agricole; moltissime sono state letteralmente spazzate vie, specie nelle aree interne della collina e della montagna; un'altra classe che potremmo definire di microaziende, considerate marginali agli effetti delle grandi produzioni, che invece si stanno riscattando dimostrando notevole validità per la produzione e la difesa dei prodotti tipici, quelli definiti di nicchia in particolare, l’integrazione del reddito con l’agriturismo, lo sviluppo significativo dell’agricoltura biologica.

Per una lunga fase storica il ruolo trainante della crescita produttiva e tecnologica che si è registrata è stato attribuito, anche con una notevole esaltazione, a quel sistema di aziende agricole i cui conduttori hanno potuto differenziare le fonti di reddito, integrando quello aziendale con quello derivato da attività extraziendali, raggiungendo con questo meccanismo capacità di investimento tali da consentire di resistere alla selvaggia competitività che si è scatenata a livello europeo e mondiale per la conquista delle filiere alimentari fondamentali, le industrie della  trasformazione, l’organizzazione dei mercati della distribuzione, i centri della ricerca tecnologica e scientifica. La competitività è divenuta per un lungo periodo di tempo negli indirizzi della politica agricola comunitaria e di quella nazionale, l’unico riferimento in rapporto al quale indirizzare ogni strategia, dalle risorse finanziarie agli obiettivi produttivi da raggiungere. Questo indirizzo, anche se riconfermato nelle strategie comunitarie per i prossimi anni con il principale strumento di revisione della PAC che è rappresentato da “ Agenda 2000 “, viene affiancato da un approccio di analisi di segno opposto: la riscoperta del valore della qualità produttiva e non solo della quantità, la difesa della biodiversità delle singole realtà territoriali   come nuova entità di valori rispetto alle grandi produzioni di massa, la garanzia della genuinità dei prodotti alimentari da immettere sul mercato, ecc, ecc. Nonostante questa evidente contraddizione tra il permanere del sostegno ad agricolture capaci di grandi produzioni di massa a basso costo, ottenibili con un forte uso della chimica, dell’industria farmaceutica, delle manipolazioni genetiche e la riconosciuta esigenza di affiancare a questo tipo di competitività, la crescita della agricoltura di qualità fino ad oggi emarginata e penalizzata, apre un nuovo livello di confronto a livello comunitario con possibilità per un Paese come il nostro di far prevalere sempre più l’altra agricoltura per la quale l’Italia , in ogni regione, è particolarmente vocata, quella di qualità che può essere riscoperta e rilanciata perché, nonostante tutto, continua ad esistere. D’altra parte la strategia che ha messo al  centro dello sviluppo agro-alimentare la competitività e il raggiungimento del massimo profitto è entrata in una crisi sempre più profonda dopo le vicende che si sono verificate nella filiera zootecnica a seguito della esplosione dell’infezione della “ mucca pazza “, e per altro verso, dalle contraddizioni aperte dall’imposizione del regime delle quote latte. Per quanto riguarda la vicenda della “ mucca pazza “, che ha messo in ginocchio la zootecnia europea, non si è trattato di un fatto soltanto epidemiologico, ma degli effetti provocati sul bestiame dal tentativo di modificare l’alimentazione di base, non più con l’uso di foraggio, ma di farine di origine animale a basso costo che hanno provocato gli effetti drammatici ai quali abbiamo assistito. Ma il tentativo di alcune multinazionali è andato anche oltre. Hanno cercato di costruire in laboratorio un soggetto zootecnico che fosse capace, dopo appropriate manipolazioni biogenetiche, di alimentarsi elusivamente di proteine di origine animale e di far crescere le parti più commerciabili del suo corpo, per trasformare il resto di nuovo in farine. Tutta questa folle corsa  per raggiungere primati nella competitività e per il massimo profitto, ha messo a rischio la sopravvivenza di intere razze di bestiame oltre che pregiudicare la stessa salute umana. La filiera zootecnica presenta aspetti preoccupanti, oltre a quanto è accaduto con la “ Mucca pazza “, anche in altri settori come ad esempio quello ovino, patrimonio essenziale per l’economia di alcune regioni, la Sardegna in particolare, colpito duramente dal morbo blu che, a quanto sembra, errate pratiche veterinarie ne hanno alimentato la diffusione anziché debellarla.

Circa il problema del latte e delle quote di produzione, che secondo “ agenda 2000” dovrebbero essere superate entro il 2006, due grandi contraddizioni sono divenute sempre più stridenti e clamorose a livello comunitario. La prima di queste è rappresentata  dal fatto che la produzione del latte nella UE è valutata in termini di quantità, di tonnellate prodotte e non con un minimo differenziale di qualità. Ciò comporta che le produzioni di latte ottenute in Olanda, Francia, Germania anche in assenza di attività agricole ( con la cosiddetta agricoltura senza terra), siano equiparate a quelle di qualità, ottenute cioè da alimentazione naturale con l’uso di foraggiere o da prati-pascolo.Da questa politica, sempre imposta da alcuni paesi forti, in uno dei settori strategici della politica agro-alimentare dell’intera UE ne è derivato che vi sono realtà ( Olanda, Francia, Germania), che producono una quantità di latte anche tre volte superiore al loro consumo interno su base annua, mentre l’Italia che quando fu introdotto il regime delle quote disponeva soltanto di foraggiere per l’alimentazione del patrimonio zootecnico non venne classificata tra i produttori principali imponendole una quota produttiva inferiore al 50% del proprio fabbisogno interno, quota che a tutt’oggi rimane pressoché analoga. La protesta dei produttori di latte, che riesplode in questo periodo, nonostante le misure demagogiche attuate dal governo, va inquadrata dentro questo aspetto per favorire l’evolversi della lotta dei produttori dal rifiuto di pagare le multe per lo splafonamento dei contingenti di produzione, all’obiettivo di ottenere subito, anche prima del 2006 la possibilità di produrre una quantità di latte di qualità vicino al consumo interno su base annua del nostro Paese come parametro di riferimento. Occorre considerare che ottenere un risultato del genere in sede comunitaria significherebbe non soltanto dare garanzie ai produttori delle medie e grandi strutture zootecniche che oggi sono in oggettiva difficoltà, ma anche favorire una nuova qualità dello sviluppo, una ripresa economica e sociale delle aree interne, collinari e montane poiché il ritorno della zootecnia anche sui prati-pascolo e negli alpeggi ( decimata con l’imposizione delle quote  perché per stare dentro quei parametri dovettero essere macellati 600.000 capi di bestiame da latte ), ne determinerebbe tutte le condizioni.

Nonostante questi accenni nuovi contenuti nella impostazione di politica agraria della UE, particolarmente con “ agenda 2000”, il processo di cambiamento per passare da una agricoltura di quantità ( sostenuta come è stata da ingenti risorse finanziarie anche quando ha prodotto enormi eccedenze da distruggere perché prive di sbocchi di mercato), ad una di qualità non è affatto scontato. Vi sono anzi pericoli particolarmente insidiosi per l’agricoltura italiana, tali da pregiudicare molti dei risultati raggiunti rendendo vani i nuovi obiettivi che sarebbe possibile raggiungere.

A)    – La nostra analisi non può fermarsi all’esame dei risultati produttivi raggiunti nel comparto agrario del Paese anche quando questi sono da considerarsi di elevata qualità perché il rapporto tra produzione, mercato alimentare, scienza dell’alimentazione è in fase di notevole cambiamento. E’ un fatto che grandi gruppi che operano nel settore della trasformazione dei prodotti agricoli e della rete distributiva, spesso con dietro potenti multinazionali, esercitano una presa crescente in tutte queste delicate filiere. La strategia è con tutta evidenza, quella di caratterizzare il nostro Paese sempre più come una entità-mercato, di consumatori più che di produttori, consumatori delle produzioni con le quali viene dominato il mercato da chi ne ha sempre più il dominio; strategia che richiede la marginalizzazione delle nostre tipicità produttive ( come è stato tentato di fare a più riprese), e tramite le penetrazioni di sistemi alimentari basati su prodotti molto diversi dalla nostra tradizionale cultura della alimentazione. Vi sono è vero strutture rappresentate da quel tessuto di aziende che stanno operando con ottimi risultati nel settore dell’agricoltura biologica, da presenze significative della cooperazione nel settore sia della trasformazione che della  rete distributiva, le associazioni dei produttori che operano in varie filiere alimentari, alcune grandi produzioni inimitabili per la loro originalità e qualità, nel settore vitivinicolo, in quello lattiero-caseario, in una miriade di piccole produzioni di “ nicchia “, ecc. Tutto questo è un valido antidoto contro l’azione delle multinazionali tesa a modellare e dominare il mercato agro-alimentare italiano. Può, però, risultare insufficiente soprattutto dovesse permanere l’attuale politica agraria nazionale e il dualismo di posizioni a livello delle grandi linee di politica agraria nella UE;

B)     – Occorre esaminare con molta attenzione gli effetti che sta producendo nel nostro Paese il ruolo, sempre, più marcato, dell’industria delle biotecnologie che ha già raggiunto una impressionante concentrazione di potere. Ecco alcuni esempi: - solo DIECI industrie agro-chimiche hanno nelle loro mani e sotto diretto dominio oltre l’80% dell’intero mercato agro-chimico; le pochissime industri biotecnologiche detengono il 40% del mercato globale delle sementi; DIECI industrie farmaceutiche il 45% del mercato farmaceutico veterinario. Grandi società multinazionali si sono già collocate e sono in grado di controllare la maggior parte del mercato bioindustriale del prossimo futuro.

La nostra agricoltura è già investita in pieno da questi processi. Nel settore delle sementi ad esempio, ( settore che può essere definito prioritario e strategico, l’industria biogenetica immette ormai da anni sul mercato sementi ad alta capacità di germinazione resi ibridi tramite manipolazioni genetiche, in grado cioè di produrre una sola volta, mettendo ogni produttore in condizioni di assoluta subalternità rispetto all’industria o, nella maggioranza dei casi, della multinazionale che produce quella determinata semente. La UE non concede nemmeno l’integrazione prevista, per il grano duro ad esempio, se non viene fornita la certificazione che è stato usato un seme ibrido, dando cosi un bel contributo alla perdita della biodiversità che in questo settore caratterizzava in modo particolare la produzione italiana. Ormai tutta la nostra agricoltura è vincolata ( salvo poche eccezioni) dall’uso di semente selezionate e rese ibride, come è il caso della produzione del pomodorino di “ Pachino “ in Sicilia che sta avendo notevoli sviluppi produttivi e di mercato il cui seme, utilizzabile una sola volta ogni anno, è realizzato e fornito ai produttori da due multinazionali, una olandese e l’altra israeliana, le quali hanno nelle loro mani la possibilità di condizionare i produttori sul prezzo e decidere  anno per anno se far vivere o far morire quell’attività compreso l’indotto che ha creato e lo stesso mercato. La penetrazione delle multinazionali in questo settore fondamentale è resa possibile anche dal fatto che in Italia i centri di ricerca stentano a sopravvivere per l’assenza di finanziamenti e di sostegno,  e cosi i nostri produttori e l’intera agricoltura nazionale sono nelle mani della Soc. Novartis, nata dalla fusione tra l’ industria farmaceutica Sandoz e l’agrochimica Ciba-Geigy, un gruppo classificato il più grande del mondo nel campo delle sementi, della farmaceutica, della medicina veterinaria. Vi è poi la Monsanto, che ha acquisito la Asgrow e la Holdens Foundation Seed, detentrice del brevetto del germoplasma del mais degli USA. Da tutto ciò si può dedurre che possedere le sementi significa in realtà avere il potere sull’alimentazione del mondo intero; 

C)    -  La difesa della biodiversità è aspetto essenziale per una  nuova qualità dello sviluppo del nostro comparto agro-alimentare.Dobbiamo constatare, purtroppo, che ci troviamo di fronte ad un processo che tende a pregiudicare notevolmente la biodiversità    nel nostro Paese come su scala mondiale, un fenomeno in atto ormai da tempo.

La brevettabilità dei meccanismi naturali che stanno alla base della vita delle specie vegetali esistenti, influirà drammaticamente per la loro sopravvivenza. Viene calcolato ( fonte FAO) che quarantamila specie di piante si estingueranno entro la metà di questo secolo soltanto a causa degli interventi in atto di selezione e modifica varietale, concentrati su un numero molto limitato di specie, quelle che rivestono importanza ai fini commerciali e del profitto. Per esempio: la produzione della Soia in USA, che occupa il 75% della produzione mondiale, è prodotta da pochi ceppi originari ormai fortemente selezionati; soltanto SEI varietà di granoturco consentono di produrre oltre il 70% dell’intera produzione mondiale; in India si coltivavano fino a pochi decenni fa TRENTAMILA varietà di riso, oggi soltanto DIECI varietà danno il 75% della produzione; si calcola che oltre l’80% delle varietà di mele e di pere che esistevano fino a non molti anni fa, siano definitivamente estinti;

L’introduzione degli OGM ( organismi Geneticamente Modificati ), rappresentano un ulteriore sviluppo scientifico rispetto alle sementi ibride. Se saranno destinati ad essere introdotti su vasta scala a livello mondiale ( già lo sono in molti paesi), determineranno mutamenti profondi nella produzione agricola e nei consumi alimentari. In Italia e nel resto dell’Europa si sono manifestate forti prese di posizione contrarie all’introduzione degli OGM. I motivi di questa contrarietà allo sviluppo di piante e sementi transgeniche è motivato per la mancanza di certezze sugli effetti sull’uomo e sull’ambiente che si potrebbero determinare, dal pressoché dominio che esercitano alcune multinazionali sull’intera materia, dall’assenza di centri di ricerca pubblici che possono esercitare un pieno controllo, dalla necessità di tutelare la nostra biodiversità di fronte al rischio che l’introduzione degli OGM potrebbe irreparabilmente alterare. Anche se proprio in questi giorni da un pronunciamento dell’Accademia dei Lincei e di quella delle scienze, si apprende che non è stata accertata nessuna conseguenza di contaminazione dagli OGM né per l’uomo nel per l’ambiente. Troppo poco, però, per avere certezze in assenza di esperienze significative e verificabili. Nel frattempo è proibita la coltivazione in tutta la UE ma non l’importazione e in Italia è limitata persino la ricerca di laboratorio. Nel resto del mondo però ( Cina, USA,Canada, Sud America), la ricerca e la coltivazione sono molto attive. La coltivazione di piante transgeniche che nel 2000 interessava una superficie agricola di circa 50 milioni di ettari a livello mondiale, sembra destinata ad aumentare vertiginosamente nei prossimi anni.Alcuni progetti di ricerca sono comunque sviluppati sia in Europa che in Italia. Uno di questi progetti dell’Unione Europea è stato portato avanti presso l’Istituto di cerealicoltura di Bergamo ed ha riguardato il riso Caldaroli, una delle varietà più apprezzate coltivate in Italia. Questo riso ha un difetto: è attaccato da un parassita fungino che viene debellato con difficoltà nonostante l’uso massiccio di appositi prodotti chimici. Lo studio ha potuto accertare che l’inserimento di un gene già individuato in questo riso potrebbe renderlo perfettamente resistente all’attacco del fungo senza provocare, si dice, nessuna alterazione di altro tipo.Gli esempi potrebbero continuare a giustificazione di quanti nel mondo della scienza sostengono l’opportunità degli OGM. Per altro verso, con altrettanta mole di esempi e considerazioni chi si oppone esprime – come si è detto – preoccupazioni più che legittime e fondate. La nostra posizione potrebbe essere quella di incoraggiare la ricerca, lo studio a livello di laboratorio ma non consentire coltivazioni in campo aperto; una linea questa analoga a quella elaborata unitariamente al “ tavolo verde “ del centro sinistra “ del quale facciamo parte attivamente.         

          Costruire una articolata iniziativa del Partito sull’insieme di queste tematiche in tutto il territorio nazionale è possibile e necessario. L’attività svolta in questo periodo, anche se limitata, ha tuttavia permesso di approfondire i problemi di alcune regioni molto significative nel senso delle produzioni agro-alimentari. In Sardegna, Sicilia, Puglia, Basilicata, Umbria, Toscana, Liguria ed in altre realtà il partito si è posto il problema dell’agricoltura organizzando iniziative sempre ben riuscite, con l’impegno dei Comitati regionali e delle federazioni. Ciò ha consentito di avere importanti contatti con le realtà produttive, le aziende agricole, le cooperative, molti tecnici e ricercatori oltre a rendere partecipi di un dibattito di grande importanza molti compagni che hanno notevoli esperienze e conoscenze. Vi sono le condizioni per dare una maggiore organicità a tutto il lavoro in direzione delle problematiche relative all’agricoltura dotandoci di strumenti organizzativi a livello di federazioni e di regionali. Si può pensare a dare vita- se gli organi dirigenti del partito saranno d’accordo- ad una commissione agraria nazionale utilizzando pienamente in un lavoro di coordinamento locale e nazionale le notevoli esperienze che sono emerse in gran parte delle regioni. Già  i congressi  sono l’occasione per compiere ulteriori passi in avanti per qualificare l’iniziativa del partito e consentirci di svolgere un ruolo su tematiche che interessano tutti dai produttori, ai consumatori oltre che il mondo del lavoro e della scienza.

Occorre definire in questo contesto anche alcuni obbiettivi che rappresentino e sintetizzino le nostre posizioni su tutta la materia agro-alimentare. Diverse sono già contenute nella presente nota ma è necessario comunque – e siamo in grado di farlo definire con maggiore precisione le nostre posizioni sia in materia di politica agraria nazionale, sia per quanto riguarda le scadenze stabilite da “ agenda 2000 “ nel cosiddetto processo di riforma della PAC entro il 2006.        

Nedo Barzanti                                     

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